Quattro domande intorno all’apocalisse – Intervista collettiva (Francesca Cavallero, Elena Di Fazio, Silvio Sosio, Dario Tonani) per Rivista Inchiostro 85

di | 14 Giugno 2021

Pubblico oggi con molto piacere una intervista collettiva, che ho realizzato per la Rivista Inchiostro, con la quale collaboro, quasi un anno fa.

Il numero 85, uscito a novembre 2020, è stato dedicato alla distopia postapocalittica, ovvero a quelle narrazioni incentrate sulla fine del mondo e sul dopo. Il taglio però è stato più ironico che tragico, per esorcizzare il momento di crisi che stiamo attraversando in questi mesi.

Ringrazio di nuovo i “quattro cavalieri dell’apocalisse” Francesca Cavallero, Elena Di Fazio, Silvio Sosio, Dario Tonani per la disponibilità a rispondere alle mie domande! In fondo all’intervista trovi le loro biografie (aggiornate a metà 2020, ovviamente. Da allora qualcosa è cambiato, ad esempio Elena Di Fazio ha vinto il Premio Urania, diventando la terza donna ad aggiundicarsi questo premio dopo Nicoletta Vallorani e Francesca Cavallero. Cheers!)

Qualche domanda intorno all’apocalissi – Intervista collettiva a cura di Giulia Abbate

Raccontare il disastro: è la specialità della distopia da un secolo e mezzo a questa parte (anno più, anno meno). L’anti-utopia romanzesca ha conquistato spazio, crescendo in temi e successo, di pari passo con l’aumento della complessità delle nostre società, e con le minacce alle quali l’umanità espone sé stessa e il pianeta. Non è un caso che, negli ultimi anni, la sfumatura distopica che ha più successo sia quella postapocalittica: i racconti su disastri e post catastrofi sono davvero tantissimi.

Ma come si scrive un racconto o romanzo postapocalittico? Quali sono gli aspetti da considerare per dare a un pubblico sempre più avvezzo delle storie originali e memorabili? E siamo proprio sicuri che sia il caso di farlo, di inventarsi sempre nuovi e peggiori disastri?

Ne abbiamo parlato con alcuni esperti, che hanno accettato di rispondere a qualche domanda in esclusiva per la Rivista Inchiostro. Sono quattro, come i Cavalieri biblici (ovvero anticristo, strage, carestia e pestilenza: ai nostri ospiti il piacere di assegnarsi i ruoli).

Francesca Cavallero, Elena Di Fazio e Dario Tonani sono penne pluripremiate che con i loro romanzi di fantascienza hanno regalato più di un incubo a lettori e lettrici. E Silvio Sosio è l’editore che forse conosce l’argomento meglio di chiunque altro, dato che è alla guida di Delos Digital, casa editrice leader nel settore ebook, specializzata proprio nella fantascienza.

Con loro abbiamo cercato di capire qualcosa in più dei “dietro le quinte” della narrativa catastrofica.

Squillino le trombe… no, meglio di no. A voi, cavalieri e cavaliere dell’Apocalisse!

  • Quali caratteristiche deve avere per te un buon romanzo o racconto postapocalittico?

Silvio Sosio: Non so se sia possibile dare risposte che valgano per tutti i lettori. Inevitabilmente, chi ha letto molti libri o visto molti film apocalittici sentirà il bisogno di idee originali, chi si avvicina al genere per la prima volta meno.

Senza nascondersi dietro un dito, credo che uno degli aspetti che un po’ perversamente piacciono quando si legge un libro postapocalittico sia vedere il proprio mondo distrutto. Da questo punto di vista immagino che a un lettore italiano possa interessare di più vedere cosa è rimasto di Bologna o di Genova che non cosa è rimasto di Springfield, Illinois. O vedere Pisa distrutta, per dire, soprattutto se è un lettore di Livorno.

Ma forse l’aspetto che attrae più profondamente il lettore è il ritorno a una vita più semplice, quasi selvaggia, dove tutte le infrastrutture sociali sono state abbandonate. Oppure, riproporre le caratteristiche di un’epoca storica dell’antichità declinate su un’ambientazione futura. Giocare con questi aspetti, trovando magari soluzioni nuove, può essere vincente.

Elena Di Fazio: Deve saper parlare anche di empatia, resilienza, cooperazione. Il postapocalittico non parla solo di contesti, ma di esseri umani che si muovono in quei contesti, e penso che debba farlo rispettandone le mille sfumature.

Dario Tonani: A prescindere dal genere, specie quando si usano etichette per loro stessa natura piuttosto labili se non addirittura abusate, direi assolutamente una buona storia – solida ma soprattutto coerente – costruita su personaggi ben delineati dal punto di vista introspettivo. E che, nel limite del possibile, si muovano fuori dei soliti cliché. Il genere in sé non è che una cornice; l’importante è il quadro che ci sta dentro, i colori, la luce, la posa dei soggetti, le espressioni dei loro volti. In un dipinto si deve vedere il pittore, quanto in un libro il suo autore. Se in un quadro che ritrae la campagna si vedono tutti i paesaggisti del mondo, vuol dire che quell’opera non ha nulla per cui farsi ricordare; può essere un ottimo esercizio stilistico e tecnico, ma è privo di firma e quindi anche di anima.

Francesca Cavallero: Per immaginare in modo efficace un decorso distruttivo della propria civiltà, sono necessarie estrema onestà e una punta di masochismo. Solo così è possibile creare, fra atmosfera ed emozioni, quella dialettica che secondo me è imprescindibile per un romanzo di questo genere, dove il salto di qualità sta proprio nel fatto di superare il “limen” fra un rassicurante momento di lettura e un tuffo dentro il meccanismo dell’immedesimazione. Un buon romanzo postapocalittico disintegra il mondo che circonda il lettore, lo proietta nel corpo di un personaggio affinché i suoi occhi gli appartengano e ne provi sulla pelle angosce e speranze.

  • Che dritta daresti a chi vuole scrivere storie di questo genere?

Francesca Cavallero: Onestà, appunto, e cercare di superare o rielaborare i cliché. E poi essere disposti a spendersi emotivamente. Di fronte alle conseguenze di un evento catastrofico, nessuno di noi sarebbe in grado di definirsi davvero preparato, né da un punto di vista pratico né tantomeno psicologico. La situazione attuale ne è un assaggio. Ma per chi vive in alcune zone del mondo, confrontarsi con un contesto di grave privazione è la quotidianità. Forse, a uno scrittore in procinto di affrontare l’ennesimo carrello spinto nel deserto, potrebbe essere utile riflettere su questo: per qualcuno l’apocalisse è quotidiana. Come vive? Come l’affronta davvero?

Silvio Sosio: Trovare una chiave originale. Poi valgono tutti i consigli soliti per scrivere una buona storia: trama solida, personaggi che bucano lo schermo, evitare infodump (che qui temo siano spesso in agguato), eccetera.

Elena Di Fazio: Non indulgere nel turpe e nel morboso, non cedere alla narrazione compiaciuta del peggio dell’essere umano.

Dario Tonani: La mia dritta? Fatti un’idea del genere, delle sue regole, dei suoi stilemi. Assimilale, giocaci, smontale e rimontale. Poi però rielaborale, inventane tu di nuove, molto personali, persino intime. Anche quando scrivi una storia che s’indentifica profondamente con un genere, dev’esserti subito chiaro che non sei alle prese con un elaborato del liceo. Puoi tranquillamente uscire dal seminato, andare fuori tema, mischiare gli ingredienti, ibridarli. Ricordati del quadro e osserva i bordi della tela solo per sincerarti che ogni soggetto abbia il posto che gli spetta una volta montata la cornice.

  • Dacci un consiglio di lettura.

Elena Di Fazio: “L’ultima spiaggia” di Nevil Shute: struggente, realistico, umano.

Dario Tonani: Due titoli su tutti, due piccole bibbie del genere distopico/postapocalittico separate tra loro da oltre mezzo secolo: “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury (1953) e “La Strada” di Cormac McCarthy (2006).

Francesca Cavallero: “La strada” di McCarthy, perché è un romanzo che riesce a rielaborare gli elementi classici del genere (catastrofe, viaggio, fame, persino il famoso carrello) in chiave finemente psicologica, individuando nel rapporto padre-figlio il motore dell’azione stessa. L’emozione diventa panica, abbraccia il mondo morto dei protagonisti, lo fa rivivere nella fragilità preziosa di un contatto che può interrompersi in qualunque momento. È un libro che fa battere il cuore all’unisono con quello dei personaggi.

Silvio Sosio: Due titoli a caso molto diversi tra loro: un classico, The Postman di David Brin, secondo me una delle storie di “ricostruzione” post-apocalittiche meglio riuscite, e poi Ucronia di Elena Di Fazio, dove la catastrofe è molto particolare e gli sviluppi estremamente intriganti.

  • In cauda venenum: perché leggere postapocalittico proprio ora? Perché farsi del male?

Dario Tonani: Non credo che i lettori di storie postapocalittiche lo facciano per intenti masochistici. L’ho ribadito molte volte, ma credo che gli autori – in qualsiasi genere si ritengano accasati – finiscano per scrivere o dei loro sogni o delle loro paure. La paura è una compagna molto funzionale quando si deve concepire una trama o dare profondità introspettiva a un personaggio: si parla al contempo di buio e di abisso, che cosa c’è di più… attraente? Perché ora? Ricordi la prima pagina del quotidiano “Il Giorno” del 16 luglio 1969, data del lancio dell’Apollo 11? Titolava a nove colonne “Addio fantascienza”. Amen, la messa è finita, ora che v’inventerete voi scrittorucoli di SF? Credi che con il Covid-19 si debba ripetere lo stesso marchiano errore? Noi autori inventiamo storie, non gestiamo emergenze. E le storie – come dimostrato anche dalla cronaca – sono ovunque: nella foto di un’infermiera che crolla sfinita su una scrivania, negli sguardi e nelle mani di una paziente intubato e chi gli sta intorno per rassicurarlo, nella resilienza che scoppia in una balletto, in un canto liberatorio o in un flash mob improvvisato…

Elena Di Fazio: La narrativa ha un potere apotropaico: leggiamo postapocalittico proprio perché il momento è come questo. E per ricordarci che domani potrebbe andare peggio.

Francesca Cavallero: Non penso che leggere postapocalittico sia un modo per farsi del male, quanto piuttosto un’occasione per capire come possano evolvere alcuni aspetti della realtà, confrontandoci con le nostre paure. Certo, proiettarci in un contesto postapocalittico ci consente di giocare con l’idea di sopravvivenza e trarne una specie di rassicurazione o esercitare una forma di controllo (possiamo smettere di leggere quando vogliamo!). Ma è anche una possibilità per imparare qualcosa su noi stessi, ponendoci di fronte la fatidica domanda: siamo o saremmo in grado di fare qualcosa, adesso, per evitare situazioni capaci di degenerare in futuro?

Silvio Sosio: Potrei rispondere filosofeggiando, ma visto che provochi ti rispondo così: per essere sempre preparati!

BIOGRAFIE

Francesca Cavallero

Nata nel 1982 e cresciuta in Val Bormida, nell’entroterra savonese, si dedica fin da giovanissima alla scrittura creativa. Nel 2012 è fra i finalisti del Premio Stella Doppia (indetto da “Urania” e Fantascienza.com) con il racconto “Come polvere in una clessidra rotta”. Vince il Premio Urania 2018 con il romanzo “Le ombre di Morjegrad”, pubblicato nel novembre 2019 nella collana Urania Mondadori. Nel 2020, “Le ombre di Morjegrad” è in finale al Premio Italia.

Elena Di Fazio

Romana naturalizzata romagnola, Elena Di Fazio lavora dal 2007 nel campo dei servizi letterari. Nel 2011 pubblica con CastelloVolante l’antologia “Lezioni sul domani”, scritta a quattro mani con Giulia Abbate e riedita nel 2017 da Delos Digital. Sempre nel 2017 esce il suo primo romanzo, “Ucronia”, vincitore del Premio Odissea come inedito e poi del Premio Italia 2018 nella categoria “Miglior romanzo di fantascienza”. Insieme a Giulia Abbate cura la collana Futuro Presente di Delos Digital, dedicata alla fantascienza sociale. Nel 2019 ha partecipato all’antologia Urania Millemondi n. 84 “Strani mondi” di Mondadori.

Silvio Sosio

Silvio Sosio, giornalista ed editore, si occupa di fantascienza dai primi anni Ottanta. Ha fondato e diretto per oltre dieci anni Delos Science Fiction, la più longeva rivista online italiana, e il sito web di riferimento del genere, Fantascienza.com. Nel 2003 insieme a Franco Forte e Luigi Pachì ha fondato Delos Books e rilanciato la storica rivista Robot. Dal 2013 è presidente di Delos Digital, e dal 2015 nel comitato organizzatore del festival Stranimondi. Come giornalista ha scritto per diverse riviste di informatica e altri settori (Applicando, MacWorld, Clic, PCWeek, Focus, Series). Ha anche all’attivo qualche esperienza come autore, con racconti pubblicati su Urania, MCMicrocomputer, I libri di Avvenimenti, uno dei quali pubblicato anche in Francia in una antologia del meglio della fantascienza.

Dario Tonani

Milanese, una laurea alla Bocconi, Dario Tonani si divide tra l’attività di giornalista professionista e la scrittura. Ha pubblicato diversi romanzi e oltre 120 racconti in antologie, quotidiani e sulle principali testate di genere italiane (Urania, Millemondi, Giallo Mondadori, Segretissimo, Robot). Per le collane da edicola Mondadori sono usciti i romanzi Infect@ (2007), L’algoritmo bianco (2009), Toxic@ (2011) e Cronache di Mondo9 (2015). La sua opera più nota, già in parte tradotta con successo in Giappone e Stati Uniti e presto anche in altre lingue, è infatti il ciclo di Mondo9. L’ultimo suo romanzo, Naila di Mondo9, è uscito nel 2018 in Oscar Mondadori. Il suo sito è www.dariotonani.it

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