Dopo un intenso lavoro di “ristrutturazione” a mia cura, il sito di Solarpunk Italia è di nuovo online.
Sono in molti a essere ispirati dal nostro Manifesto, di cui stesi io la prima versione che poi venne arricchita da tutti, con la collegialità che ci contraddistingue.
Personalmente resto molto legata a questo concetto in particolare, che apre il Manifesto:
“Il solarpunk è in divenire, come il mondo al quale cerca di riconnetterci.
Prendiamo atto dell’inevitabile cambiamento che verrà, e affidiamo al flusso della storia l’immobilità di queste nostre parole. Presto saranno parole superate, magari andranno riscritte tutte. Lo accettiamo, e lasciamo le definizioni non come dogmi, ma come testimonianza.”
Direi che questa profezia si applica abbastanza bene al mio caso: dopo una iniziale adesione ad alcune correnti che mi parevano promettenti, presenti anche nel Manifesto, ne ho constatato l’invalidità e persino la distruttività.
Non sono più “inclusiva” nel senso assegnato a questa parola dai transattivisti e anzi reputo il butlerismo menzognero.
Non sono antispecista, dopo anni di veganismo (abbracciato con una coerenza che la maggior parte della gente si sogna) ho cambiato idee e comportamenti, senza rinnegare quello che ho fatto e quello in cui credo, ma appunto seguendo serenamente un’evoluzione ragionata.
Non subisco più il fascino di Donna Haraway che considero funzionale al potere dominante, tanto meno del postumanesimo di Braidotti che non ha retto la prova dei fatti aderendo a propagande guerrafondaie.
E parlando di adesione a propagande funzionali al potere costituito, ormai esito anche a dirmi femminista.
Non perché non continui a credere e a seguire dei principi che restano quelli, ma perché constato che proprio questi principi stentano nei fatti a trovare una difesa efficace nei vari femminismi organizzati.
Tralasciando i transattivisti, che non considero nemmeno femministi, le varie correnti femministe mi paiono per lo più esoteriche, incapaci di essere popolari e di leggere la realtà, lasciandosi quanto meno confondere, se non irretire, da “narrazioni” scaltre della propaganda del dominio.
E però, mi chiedo, se una teoria politica non riesce a contrastare la propaganda altrui, è davvero così valida?
Ed è davvero il caso di restare a essa legati, una volta ritenuta incapace di stare nel presente e di incidere effettivamente sulla realtà, al di là delle parole?
(Parole che NON cambiano il mondo, non cambiano un bel nulla se a esse non si lega una congrua e conseguente azione).
Nel Manifesto avevo prospettato una evoluzione, un superamento, e io per prima mi accorgo di averlo messo in pratica.
Le parole scritte restano immobili, “manent”, ma anche nel senso positivo: rimangono documento testimoniale di un atto di nascita.
Dopo cinque anni e dopo diversi superamenti, mi considero ancora pienamente a casa nel solarpunk e mi pare giusto dimostrare la possibilità di questo movimento di accogliere visioni plurali, accomunate da principi come l’anticapitalismo, la riflessione sul potere e il decentralismo, la ribellione all’esistente, l’ecologismo profondo, lo spirito delle culture native, la volontà di immaginare una vita migliore nel mondo, la speranza come forza di vita, di pensiero, di azione ![]()
