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Marzo 2025 toccava a me! E ora che è in partenza la mail di aprile, mi fa piacere condividere più apertamente l’articolo, che tocca temi di stretta attualità (o forse senza tempo).
Il pezzo precedente ha avuto una sua utilità ed è stato anche ripubblicato da alcuni siti di associazioni, tra le quali VITA, che mi è molto cara. Spero che anche questo possa girare, non certo per mia gloria (l’avessi voluta avrei esposto ben altre tesi) ma per suscitare riflessioni, idee e perché no scintille.
Buona lettura.
L’ultima dea delle favole
Dell’articolo del mese scorso a firma Riccardo Muzi ho apprezzato molte cose, in particolare la mitezza del tono intrecciata alla durezza delle argomentazioni.
E mi ha colpito un’espressione: “nel mondo delle favole”.
Si tratta di una definizione che ho già sentito: l’abbiamo ricevuta quando abbiamo aperto solarpunk.it, da parte di amanti della distopia che deridevano la supposta “confettosità” dell’utopia.
Eppure, la favola non è questo.
Nel senso classico del termine, la favola è vera: è cioè un breve racconto che usa personaggi allegorici per veicolare un messaggio morale inteso come vero, utile e importante.
Abbiamo assistito all’atto di una favola, giusto pochi giorni fa. Provo a raccontarla come fossi una cantora di passaggio. (Non una colta poetessa, ma una viaggiatrice scalza, che chiede in cambio un po’ di pane, a pochi passi dal teatro dove i ricchi dai rossi mantelli vanno a godersi grandi questioni morali. Piacciono anche a me, le tragedie, ma in teatro ci posso andare poco, le mie giornate sono complicate, non è che pensi così spesso alle grandi questioni, ho tante cose da fare… però so pur sempre raccontare).
Una volta, un leone pensò di ingannare un cagnolino: lo convinse a disturbare un orso rivale, facendogli credere che lo avrebbe spalleggiato, fino alla vittoria.
Ma l’orso si dimostrò più furbo e più forte di entrambi, e il leone non l’ebbe vinta, dunque non trovò di meglio che dare ipocritamente la colpa al cane: “Hai infastidito l’orso, ti sei servito di me per litigare, e pure non hai concluso nulla! E ora che hai perso, chi mi risarcirà del mio aiuto disinteressato e generoso?”
Così dicendo, il leone saltò addosso al cagnetto e lo divorò in un boccone, trovando da sé la risposta alla propria scaltra argomentazione.
La favola insegna a non fidarsi dell’arbitrio né delle promesse dei prepotenti, perché saranno sempre pronti a ritirarle, e a rivolgere la loro forza contro chi li credeva amici leali.
Lo svilimento della parola “favola” fa il paio con lo svilimento di “utopia”: noi che crediamo nelle parole possiamo usare questi termini nel senso attuale, quando è utile, come ha giustamente fatto Riccardo e come farò anche io. Allo stesso tempo, non dimentichiamo che quello attuale è un uso scaturito da motivi storici e culturali: ragionandoci, possiamo ritrovare nuovi usi, nuove radici, nuovi sensi.
Vive nel “mondo delle favole” chi lavora ogni giorno per costruire qualcosa di buono, per consolare un amico, per aiutare chi ha intorno, per coltivare arte e bellezza, per attuare quelle “semplici sane pratiche di rivolta” auspicate da Riccardo?
Vive nel “mondo delle favole” chi osa proclamare che esiste speranza, anche quando è difficile, anche quando sembra impossibile?
O non ci vive piuttosto chi pensa di essere resistenza e opposizione, pur trovandosi appoggiato dai potenti di cui sopra? Chi pensa che il leone sia sincero e disinteressato, perché usa parole belle? E che dire di chi crede che la speranza sia possibile solo quando le cose sono facili?
La Spes, l’ultima dèa latina, non può restare chiusa dentro il vaso, dove inspiegabilmente la relegò Esiodo. Proprio in questo frangente tragico e pericoloso (ma siamo a marzo, viene primavera!) dobbiamo e possiamo incarnare una dèa battagliera, una speranza mite e dura, una speranza dalle mani callose, dai piedi forti, dalla bocca pronta a dire la verità fuori dai teatri dei ricchi dove a forza di nettezza e correttezza oggi romba la menzogna.

Facciamo ciò che dobbiamo, e accada ciò che deve: non risolveremo una situazione determinatasi in mezzo millennio di storia umana, e probabilmente non vivremo abbastanza per vedere il nostro lavoro incidere effettivamente sul mondo (ma non dimentichiamo le città, i quartieri, le famiglie, qui il nostro lavoro può fare la differenza).
Questo dovrebbe votarci alla disperazione?
Possiamo fare molto e già da ora, da qui.
Umane e umani del futuro hanno bisogno (anche) di un lavoro di cultura, studio, analisi, conservazione, ideazione, immaginazione… per poi poterlo raccogliere quando sarà il momento, quando si potrà, e chissà.
Portare avanti questo lavoro è possibile anche attraverso la fantascienza: una favola moderna, un racconto relegato ai margini che ai margini prudentemente si tiene, scalzo e scomodo, allegorico e vivace; che, in un “mondo delle favole” intossicato dalle bugie, abbia il coraggio favoloso di dire niente meno che la verità.
Giulia Abbate per Solarpunk Italia
Marzo 2025
