Leggo analisi sulle cosiddette “IA” che si concentrano sul mettere a paragone la scrittura macchinica con quella umana, nelle quali il problema resta in uno scenario appunto comparativo: la macchina “scrive” meglio o peggio di un “autore umano” (come se l’autorialità fosse una facoltà attribuibile anche all’inumano), o al contrario l'”autore umano” per vari motivi scrive immondizia e quindi non si lamenti se una macchina “scrive” meglio di lui.
Nemmeno i migliori approfondimenti che ho letto finora (e ne ho letti tanti) sembrano voler considerare una semplice cosa: sia scritto benino o benissimo, in quanto lettrice NON VOGLIO leggere testi prodotti da una macchina.
Può essere gustosissima e uguale a quella vera ma una bistecca sintetica io la lascio sul piatto, e lo stesso intendo fare con testi macchinici. Tutto qui, puro e semplice, e non devo nemmeno essere obbligata a spiegare perché.
Per quanto sopraffino sia un prodotto della tecnica io rivendico il diritto di rifiutarlo in quanto tale, in quanto frutto di un processo che non mi interessa, non mi riguarda, non mi piace, non mi bevo.
Perché no.
Perché finché posso ritengo sacrosanto l’esercizio di una scelta e se quest’ultima mi viene impedita sulla base di ragioni meramente tecniche (dunque sulla base della SOLA ragione strumentale) bè, anche solo questo fatto richiede una battaglia contro.
Sono poche le menti che hanno la capacità e il coraggio di porla in questi termini (Benasayag forse, prima di lui Ivan Illich aveva formulato questioni correlate, come anche Noble).
Qui in Italia poi siamo ostaggio di veri cialtroni, “artisti” e “filosofi” da giardino che dai palcoscenici si affannano a normalizzare la brutalità della tecnica perché in realtà molto impegnati a posizionarsi in nicchie al calduccio, con corsi, fiere, panel, e con libri e fumetti “sperimentali” che, in effetti, sarebbero meno dozzinali se prodotti interamente da pappagalli meccanici, dato che questi ultimi non posseggono per costruzione e costituzione l’abilità della malafede.
