Una vecchia citazione che avevo pubblicato sui social mi ha portata a più ampie rievocazioni storiche, sulla base delle mie ricerche solitarie, disorganizzate e fameliche.
“Niente ha gusto, per me, soltanto Dio,
è assurdo, ma io sono morta.”
[Matilde di Magdeburgo]
(Immagine: James Zapata)

Matilde di Magdeburgo è stata tra le più conosciute poetesse mistiche del suo tempo, appartenente alla corrente beghinale e in seguito monaca (le beghine furono perseguitate come eretiche e le loro comunità chiuse).
Secondo alcune studiose (ad esempio le autrici del bellissimo “Poetesse di Dio”) la poesia mistica beghinale influenzò la cultura del tempo tanto da andare poi a formare quella sensibilità, tra sacro e sensuale, che avrebbe generato la letteratura dell’amor cortese.
È certo che Maestro Eckhart le leggeva e se ne fece ispirare.
E secondo commentatori contemporanei anche Heidegger ne ha attinto a piene mani, tanto che Muraro in un suo libro (mi pare “Il dio delle donne”) gli dà apertamente del ladro.
Simone Weil fu profondamente colpita da uno scritto di autore sconosciuto, di cui in seguito la storica Romana Guarnieri individuò la maternità: era di Margherita Porete, beghina arsa come eretica, alla quale si ispira, secondo me, un personaggio di un recente romanzo di fantascienza (ne parlo nel mio articolo su Machina, uscito ieri).
Le beghine, insomma, non sono state davvero ridotte al silenzio, la loro è stata un’esperienza umana seminale, che ricorda quella delle donne alla guida delle prime comunità cristiane, di cui parla ad esempio Adriana Valerio in “Eretiche”.
Presenze carsiche e vive nella storia, spettri vaganti che non vogliono spaventare, ma con la mano indicano insistentemente qualcosa: ossa insepolte, antiche questioni irrisolte e forse da qualche parte un tesoro.
Allora forse possiamo dare loro ascolto e farci condurre dove ancora c’è qualcosa che aspetta non di essere chiuso, estinto, ma piuttosto costruito.