Online oggi su Solarpunk Italia un mio articolo divulgativo sul solarpunk, che scrissi per la rivista EMMA.
Il pezzo è uscito nell’autunno del 2023 e si concentra sugli aspetti politici del solarpunk.
Ricordo che intorno al 2020 qualche prudente anfitrione esitava ai miei quesiti sull’anarchismo, invitando a non buttarla sul politico, eppure io ravvisai fin da subito dei fondati motivi per non trascurare questo aspetto importante, che in seguito è stato “ammesso” e abbracciato anche dai timidi.
La lotta nell’immaginario e per l’immaginario non è certo prerogativa del solo solarpunk, nel pezzo spero di aver dato un’idea generale anche di questo aspetto, senza nulla togliere al fatto che oggi è il solarpunk a farsi possibile erede di tale lotta.
Dico “possibile” non a caso, perché le insidie non mancano.
A distanza di due anni e passa, e con qualche cosetta successa nel frattempo, pensò che si debba fare un ulteriore sforzo, non solo analitico, ma pienamente costruttivo, per nuove elaborazioni che tengano conto dello sfacelo che abbiamo intorno e che rendano il solarpunk ancora capace di essere politico, e di parlare di futuro in modo ancorato alla realtà (diversamente, ci si condanna all’inefficacia o all’escapismo).
Mossa da questa convinzione, ho fatto un azzardo (ma tanto con me siete abituati, no?) e ho scritto un racconto solarpunk che prende le mosse da un disastro atomico.
Una contraddizione in termini, forse, o forse un guanto di sfida nei confronti di un genere meraviglioso, gettatogli affinché non cada nella trappola della comodità.
Il racconto uscirà in antologia, a luglio 2026 (sì, in quella antologia).

Mi ha colpita, a proposito, il fatto che un decano della fantascienza come Carlo Pagetti abbia scritto un articolo dal titolo “Noi, la fantascienza e la bomba atomica”, uscito qualche settimana fa su Doppiozero.
In esso Pagetti fa una bella panoramica di come la fantascienza del passato abbia affrontato il tema, che, direi, è il suo di elezione: la critica alla ùbris della scienza e la speculazione sui disastri di cui la tecnologia può essere foriera.
Pagetti ha citato, tra l’altro, un testo che quest’estate mi ha molto impressionata: “Note su Hiroshima” di Kenzaburo Oe, che non è un romanzo ma un reportage, e che ho trovato nell’edicola del mio paesino di montagna, stupendomi del fatto che, mentre scrivevo un racconto su un disastro nucleare, un quotidiano ristampasse proprio un testo simile.
Sì, perché nel mio luglio silvano tra scrittura e pensose camminate (seguendo intanto quattro ragazzine e pianificando un trasloco, ma è stato bello lo stesso) non mi ero proprio accorta che cadeva in quei giorni l’ottantesimo anniversario dello sgancio di due bombe H sul Giappone.
Il mio racconto atomico l’ho ideato e scritto nelle settimane precedenti, ma senza avere idea (cosciente, per lo meno) della sinistra sincronicità.
L’artista è come il canarino nella miniera, chiosava Vonnegut. Io artista non mi ci sento, sono troppo indaffarata e dispersiva per meritarmi tale definizione, e nemmeno vorrei finire come il canarino, ovvero stecchita dal gas a mo’ di segnalatore.
Eppure un cinguettio mi sento di rivolgerlo, da umile appassionata, non solo al solarpunk, ma alla fantascienza tutta: bisogna occuparsi di quello che sta succedendo intorno a noi, bisogna parlare della realtà materiale, bisogna scrutarla e creare opere che sappiano trasmettere anche ad altri la cognizione del frangente epocale nel quale ci stiamo dibattendo.
Diversamente, rischieremmo di non essere all’altezza del genere che ci siamo scelti, e di finire a ingrossare l’orchestrina di quelli che oggi sono intenti e contenti di suonare sul ponte del Titanic. Bravissimi, per carità. Ma forse è meglio approntare una scialuppa.
O delle ali.
