Successo, cultura, appropriazione. Una riflessione

Cosa accade quando un’opera “ha successo”?

Che succede quando un genere “viene sdoganato” o si verifica un “nuovo trend”, che “porta alla ribalta” un tipo di storie-creazioni artistiche prima di nicchia o minoritarie?

Sembra una domanda stupida e invece secondo me è una questione cruciale del nostro tempo, che riguarda non solo gli artisti (e in Italia scrivono tutti, si dice, cosa che mai nella mia vita ho considerato negativa!), ma anche chi ama leggere, andare al cinema, e in generale godere delle opere dell’ingegno umano.

Cosa succede quando tali opere dell’ingegno incontrano “il successo di pubblico”?
Succede che c’è un elefante nella stanza, che in pochi colgono: è l’industria dell’intrattenimento.

Con la sua smisurata potenza di fuoco, con la sua ideologia (per lo più repellente, secondo me), con le sue decisioni che piallano opere e artisti, e con scopi e comportamenti che sono gli stessi di quelli dei signori delle miniere, dei petrolieri, dei grandi padronati che da tre secoli devastano tutto in modo da poter fare soldi dai soldi.

Dieci anni fa, nel 2016, prendendo atto del successo della distopia esultavo, aspettandomi che quello “sdoganamento” di una letteratura finora disprezzata avrebbe portato più consapevolezza, più riconoscimento, più cultura e diffusione di tematiche preziose e importanti.

Bè, mi sbagliavo.

A partire dalla constatazione di questo errore ho poi elaborato le mie osservazioni: l’industria dell’intrattenimento rapina la cultura, con una dinamica di appropriazione culturale, applicandovi modalità estrattive (quelle della miniera) e lasciandosi alle spalle un ambiente pesantemente compromesso e depauperato.

È qualche anno che cerco di parlarne, di divulgare le mie osservazioni, per suscitare un dibattito che però – almeno così mi sembra – non prende piede.

Si parla ancora di “uscire dal ghetto”, di “arrivare al grande pubblico”, di sfruttare ipotetiche finestre o palcoscenici utili. E sono convinta anche io che sono cose da tentare, da perseguire, tant’è che sto per uscire per Mondadori e per Rizzoli con un genere decisamente di nicchia: il solarpunk.

Il fatto è che non è tutto lì: non possiamo fermarci alle constatazioni di buon senso espresse sopra.
Dobbiamo guardare, oltre che i nostri legittimi desideri e le condizioni spesso difficili del nostro lavoro, anche l’ambiente intorno, quello al quale sogniamo di aprirci.

Per ora non trovo riscontri a queste osservazioni.
Penso di essere l’unica in Italia a mettere le cose in questi termini.
La sola ad aver collegato la dinamica della “appropriazione culturale” (elaborata da accademici statunitensi in modo e per questioni discutibili) a ciò che accade quando “arriva il successo”.
Sarò ovviamente lieta di essere smentita se venissi a conoscenza di lavori in questo senso.

Nel frattempo, continuo a ragionarci su.

Riporto qui di seguito i principali lavori in cui ho espresso in modo metodico quanto accennato finora.

Uscito ieri, il mio più recente contributo in tema, trascrizione di un intervento nella cornice dei Delos Days di un mese fa. Ringrazio di cuore Carmine Treanni per la grande disponibilità e per lo spazio e l’accoglienza che mi ha dato.
“Un letterario scutare”, qui: https://www.fantascienza.com/31711/un-letterario-scrutare

Appena più “vecchia” è una conversazione avuta con Riccardo Muzi, sempre su questo tema, in cui abbiamo questionato insieme il film Disney “Il mondo misterioso”, un blockbuster che ha applicato alla lettera il “canone” solarpunk: con quali risultati? E con quale scopo?
“Solarpunk Disney: parliamone, ma non troppo”, qui: https://solarpunk.it/solarpunk-disney-parliamone-ma…/2026/

Tempo fa, ho chiacchierato con Gabriele Germani nel suo podcast “La grande imboscata”, Gabriele interessato alla mia tesi mi ha dato lo spazio per parlarne con un bel dialogo insieme, per cui lo ringrazio.

“La grande imboscata. Distopia VS Utopia”, qui: https://creators.spotify.com/…/DISTOPIA-vs-UTOPIA–ne…

Il testo più “antico” in cui ho esposto le mie tesi in merito all’appropriazione è “Macerie”, in cui prendo proprio la distopia come caso studio.
Qui: https://giulia-abbate.it/…/macerie-un-articolo-per…/

E niente, io sono qui.
Se vogliamo parlarne, ci sono.
Nel frattempo, come si suol dire, continuo a camminare.

E buona strada a tutti! 🙂

(Immagine di PreliatorAD, via Pinterest)