Note sulla fiaba

Le fiabe europee sono un tesoro immenso di simboli e archetipi, e sono anche la risultante storica di una complessa dinamica: da una parte le domesticazioni da parte del potere (politico ma anche culturale, dal Re Sole ai Grimm), e dall’altra parte parallele, pertinaci ri-revisioni e reinvenzioni popolari.

Sarebbe meglio conoscerle prima di parlarne, come in generale sarebbe meglio sapere quello che si dice (mi riferisco al discorso di Paola Cortellesi su “Biancaneve-colf”, un discorso chiaramente ironico e giocoso, e però di grana grossa); ma allo stesso tempo le fiabe sono un patrimonio comune che ammette nel suo discorso il dilettante, il principiante, chi capisce e chi non capisce.

A volte questa relazione produce un confuso fracasso, ma può anche capitare che la fiaba, con le sue forme che sono incardinate dentro di noi, alla fine si pappi tutti.

Bisogna essere scaltri per non farsi inghiottire: quindi rimettiamoci a studiare, anche cose semplici o basilari (o magari un raffinato inventario, come “C’era una volta” di Marina Warner)… e per carità evitando di buttarla sulla guerra tra sessi, perché i personaggi delle fiabe simboleggiano anche parti dell’anima, e se rifiutate gli archetipi chi sono io per dissuadervi dalla vostra battaglia, ma armatevi di pazienza e buzzo buono, perché il lavoro da fare è un tantino più lungo che bersi una tazza di farinata o leggersi tutti i libri del mondo.

Ciò detto, se avete voglia e tempo, consiglio di ascoltare con attenzione la versione di Silvano Petrosino: ha un approccio serio, competenza profonda, talento espositivo, piglio deciso, umorismo pestifero. Poi possiamo discutere nel merito di tutto, anche tra dilettanti, ma con almeno l’intenzione sincera di imparare, di capire, di sapere cosa si dice (e saperlo sostenere).