Data Center. Qualche riflessione

Oggi pubblico alcune riflessioni non letterarie, ma che mi sento di condividere. Altre volte ho usato questo blog come “casa” di miei scritti che non riguardano direttamente i temi editoriali e di scrittura, ma comunque toccano questioni sulle quali scrivo, e di interesse generale. Per questo credo giusto pubblicarle anche stavolta.

Ieri sera ho partecipato a una conferenza sui data center, organizzata a Magenta da una associazione culturale che meritoriamente ha inteso dare alla cittadinanza uno spazio di discussione su un tema caldo.

Infatti la Lombardia, e il milanese in particolare, sono interessati dalla rapidissima costruzione di decine e decine di queste infrastrutture dall’enorme impatto ecologico, sociale, energetico.

I nostri territori, è stato apertamente detto, sono “terra di conquista” grazie a un vuoto normativo e di controllo. Lo ha detto un ricercatore che sta cercando di mapparli, perché, nonostante ne siano stati costruiti tantissimi, non si sa quanti siano, né dove di preciso, non si sa quanto consumino di preciso, quanta acqua (e come) usino di preciso; non si conoscono le conseguenze relative al rumore, all’inquinamento dei generatori, all’inquinamento elettromagnetico, ai rifiuti, non esistono piani di dismissione, non ci sono misurazioni concluse di nulla – lo ha riferito, come puro dato di fatto, il ricercatore stesso.

In Lombardia ci sono già decine di queste strutture che corrispondono al quasi 70% del totale nazionale.

Oltre a sollevare considerazioni sul cruciale impatto ecologico, questo tema dei data center si intreccia a questioni che studio da tempo (il modello economico sotteso, ad esempio, i big data e le big tech, l’automazione, la guerra) e noto con preoccupazione essere totalmente sconosciute ai più.
Eppure non sono difficilissime: anzi, non lo sarebbero se spiegate bene, ma è proprio questo che manca, una spiegazione onesta, chiara e basata sui fatti.

C’è, invece, una intensa opera di propaganda, che ho visto in azione anche ieri.

Ad esempio, l’ho vista messa in atto da parte di una professoressa del Politecnico di Milano, rappresentante della fondazione ForestaMi che tanti danni ha fatto a Milano. Sia con la posa di alberelli spelacchiati, dimenticati poi a morire di sete e di pioggia, ma anche per la sua opera di spalla, di copertura ideologica al consumo di suolo.

Fa niente se lottizzo, cementifico, edifico, fa niente se abbatto alberi secolari e stravolgo parchi e persino boschi: tanto c’è la “compensazione” che con un meccanismo bassamente quantitativo e meccanicista mi permette di uscirne pulito davanti ai cittadini, dando loro a bere che piantare dieci o cento arbustelli nati in vaso compensa l’abbattimento di splendide piante autoctone e decennali – tra l’altro, aggredite e devastate dal Comune con ferocia e con espedienti ingannevoli, tipo fingere di potare e intanto tagliar via le radici (vedi glicine di piazza Baiamonte) oppure agire in pieno agosto (vedi distruzione del noce monumentale e di decine di alberi al Bosco la Goccia, per interessi anche dello stesso Politecnico che sta stravolgendo quel meraviglioso bosco spontaneo: ma tanto poi piantano arbustelli! Compensano!)

Mi ha colpito il linguaggio della professoressa, il modo di usare le parole, è questo in particolare che mi dà da pensare, che mi allarma e mi infastidisce.

Ad esempio, il parlare di terreni “in attesa”, ma in attesa di che? Un terreno agricolo su cui viene costruito un data center, ad esempio (o sul quale passa tutta l’infrastruttura di cavi e centraline che servono ad alimentare il data center) non è più agricolo, ovvero non può essere più coltivato. E allora diventa “in attesa”, non abbandonato né rovinato, no, “in attesa” ad esempio che arrivi una fondazione privata a metterci arbustelli e panchine, allo scopo di “sensibilizzare” la cittadinanza – poco importa se, pochi anni fa, è stata la cittadinanza a tentare di sensibilizzare ForestaMi a prendersi cura delle migliaia di arbustelli che morivano visibilmente di sete. Invano: alla fine c’era gente (me compresa) che girava con le taniche in macchina e annaffiava tutto il possibile tentando di salvare il salvabile.

La dottoressa ha anche spiegato che la “compensazione” di ForestaMi “rivalorizza” molti altri tipi di territorio, mostrandoci anche delle immagini – un brutto parcheggio trasformato ad esempio in un brutto camporello, con i soliti arbustelli e un bel cartellone al centro dell’immagine, con su scritto non so cosa (ipotizzo: propaganda?).

Oltre ai brutti parcheggi, ForestaMi “trasforma il capitale naturale in investimento” in molti altri posti: dove c’è “natura di bassa qualità”, ad esempio, ovvero in territori rinaturalizzati dove la vegetazione autoctona si riprende un po’ di spazio, e magari ospita anche specie faunistiche un tempo scomparse (vedi sempre Bosco La Goccia, requiescat).

Oppure, interessantissimo anche questo, dove ci sono “orti un po’ illegali”: se non capisco male, quel pezzetto di terra curato e coltivato da un cittadino che non fa male a nessuno e magari ci porta i figli (casi che conosco) viene occupato dalla cosmesi di ForestaMi, che ha così tanto a cuore il “capitale naturale”, da offrire anche al magentino il modello già in essere a Milano.

Correlato a questa confusione di parole c’è un altro aspetto, che pure è un travisamento della realtà.

Numerosi sono stati i momenti in cui è emersa una certa colpevolizzazione dei cittadini: tutti noi ci mandiamo video, guardiamo le serie tv e chiediamo i compiti a chatgpt, quindi di che ci lamentiamo? Che abbiamo da pretendere? Pensassimo a mandarci meno messaggini, se vogliamo proprio essere utili…

Anche questa è una visione totalmente falsa, magari anche in buona fede, ma viziata dall’ideologia corrente che idolatra il “progresso tecnologico”, e ispirata tanto da paternalismo che da miopia.

In primo luogo, i data center servono primariamente le aziende che hanno bisogno di enorme potenza di calcolo: big data, quindi, e “intelligenza artificiale” (metto tra virgolette anche questa definizione, portatrice anch’essa di un bel po’ di mistificazioni). Questo lo ha esposto una data analist e astrofisica chiamata al tavolo a raccontare il suo lavoro, e lo ha raccontato: il “povero” computer è “un animale limitato” e non può ottemperare a richieste di enormi calcoli matematici.

Mi chiedo se il data center invece siano illimitati, o se lo sia il pianeta.

Di certo lo è la brama di potenza e l’idea di progresso, e il problema è sostanzialmente questo, stringi stringi: un modello di crescita illimitata, su un pianeta dalle risorse limitate.

E c’è dell’altro. Parliamo di noi, indisciplinati consumatori di serietv e inviatori di cagate via cellulare. Quello che sfugge all’occhio qui è che noi siamo stati e siamo praticamente COSTRETTI a fare tutto questo, con conseguenze anche molto negative sulla salute, sulla tenuta sociale, sulla vita.

Dai nostri comportamenti online è partita la prima grande estrazione di big data – accumulazione originaria, direbbe qualcuno – che ha costruito il potere delle big tech, che oggi dominano interi stati e possono edificare data center dove vogliono, oltre a decidere governi, scatenare guerre e molto altro.

È un potere che è nato strappandoci di dosso un nuovo tipo di risorsa che non abbiamo fatto in tempo a vedere, a capire.
Ci è stato estorto.

E anche ora, in questo preciso momento, noi DOBBIAMO essere indotti con tutti i mezzi (grazie a psicologi, a influencer, a politecnici, lasciatemelo dire; ma anche con digitalizzazioni imposte e ad agende governative allineate) – dobbiamo essere indotti a stare online, a usare lo smartphone, a consumare il nostro tempo e il nostro cervello e la nostra vita perché questo SERVE al sistema economico corrente – quello che ha come punta di diamante i data center in certi posti, in altri i droni assassini che uccidono in automatico (e molto altro, è lunga).

Noi siamo LIMONI spremuti con estrema violenza, e rimproverare i nostri comportamenti è ormai uguale al prendersela con il sorcio che si fa addormentare mangiando lo zuccherino drogato.

Che fare, quindi?

Domanda enorme che implica azioni sempre più incommensurabili rispetto alle condizioni in cui è oggi la maggior parte della popolazione.

Ma direi che un gesto importante, forse un primo passo indispensabile e alla portata di tutti, è quello di NON CREDERE al potere.
Non credere alle promesse.
Non credere a scenari ancora in costruzione, presentati come dati di fatto.
Non credere all’ideologia dell’inevitabile e nutrire sospetto, per non dire rigetto, verso modi di parlare come quelli citati: terreni in attesa, orti un po’ illegali, natura di bassa qualità, capitale naturale, sono tutte espressioni che vogliono nascondere la realtà e però rivelano in piena luce la mentalità.

Queste parole e chi le pronuncia NON si pongono dalla parte delle persone, ma stanno servendo altri interessi e altri ordini sociali (consapevolmente? Boh!).

Per fortuna le persone non sono ancora totalmente sceme, e l’incontro è terminato con una viva discussione, distribuita in più interventi critici e vivaci, la cui domanda principale è stata: e noi?

E la cittadinanza? E le persone? Chi pensa alla nostra salute, alla buona vita che è nostro diritto?

Una parziale risposta l’ha data l’assessore, purtroppo non consolante: di fronte a “una transazione da privato a privato” (ovvero di fronte alla vendita di un terreno all’azienda che ci edifica il data center) l’ente pubblico può arrivare fino a un certo punto, oltre il quale non ha mezzi per intervenire.

Ah, sì, e a quale punto? Ascoltando gli interventi, pensavo che un cittadino che vuole cambiare le mattonelle del bagno deve mandare modulo al Comune, nel magentino poi c’è il Parco del Ticino, in cui anche fare uno scalino davanti casa deve passare per la Soprintendenza… e nel frattempo i “privati” tirano su data center, non si sa quanti, non si sa con quali danni, non si sa a beneficio di quali aziende.
(ForestaMi collabora con Microsoft, a proposito).

Fanno bene i cittadini a porre queste domande, e spero che esse non soffochino sotto le tonnellate di propaganda “filo-tecnologica” che confonde sempre tutto.

E noi? Che ne sarà di noi? Chi si cura della nostra salute? Perché mai dovremmo volere una cosa del genere nella nostra città, nella nostra vita?

A queste domande fatali non è stata data risposta. Ieri sera, ma credo, a oggi, ancora mai.

(Foto: passeggiata sul Ticino, Cuggiono, aprile 2026)