Per Fantascienza.com ho recensito “Ritorno dall’universo” di Stanisław Lem: un romanzo denso, a tratti faticoso, forse non il suo migliore, ma solo a causa dell’altissima “qualità media” della produzione del grande autore polacco.
In mano a Lem, il dramma del reduce si trasforma in una grandiosa tragedia dell’incomunicabilità, dove la violenza della macchina sociale sta sullo sfondo, ma determina ogni svolta dell’intreccio, ogni fatto rilevante che accade allo spaesato astronauta alle prese con un mondo diverso, ma anche con i ricordi laceranti della missione galattica che, pagina dopo pagina, assumono sempre più i crismi di un trauma di guerra.
Indimenticabile, credo, la scena dei robot nell’hangar, da far drizzare i capelli: interessante come Lem abbia in un certo senso profetizzato l’intrinseca ferocia di una società dove il conflitto sociale è rimosso solo nominalmente, e i cui componenti si “bentrizzano” alla nascita, ovvero si fanno una puntura per sopprimere i fisiologici impulsi aggressivi, ma creano al contempo un mondo soffocante, desensibilizzato, alienato, vuoto, cieco e sordo oltre ogni dire. Per la stessa ragione, le ultime pagine di “Ritorno all’universo” con il loro accidentato “nòstos” muovono quasi alle lacrime.
E al centro del romanzo, la vena surreale che in Lem c’è sempre, a volte scatenata (“Cyberiade”), ma molto spesso carsica: la ribellione dell’astronauta non bentrizzato contro il mondo castrante in cui si ritrova è quella di infrattarsi nei campi con il “commilitone” e darsi allegramente una fracca di botte.
(L’avevo trovato un po’ esagerato, a dire il vero, poi ho letto il cozypunk e ho capito
)
Con questa boutade chiudo il post, che è quasi una seconda recensione, rimandandovi a quella seria!
Si leggono a fatica, i primi capitoli di questo romanzo minore del grande scrittore di fantascienza polacco; e non perché siano mal scritti, ma perché restituiscono in modo efficace la difficoltà, lo sforzo immane, lo spaesamento e l’esasperazione di uno straniero catapultato in un mondo frenetico, efficientista e completamente incomprensibile. Pagine che richiamano quelle di un altro grande romanzo, uscito però successivamente: Epepe dell’ungherese Ferenc Karinthy, un monumento allo straniamento…
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