Uscita l’antologia “Bio-Kin”, con un mio racconto: “Pneuma”

Disponibile per l’acquisto in ebook e volume “Bio-Kin”, antologia a tema bioetico curata da Lukha B. Kremo per la casa editrice Kipple.

Si tratta della quarta uscita della serie “Next-Stream”, serie dedicata all’ibridazione con la fantascienza. Vi ho collaborato a vario titolo.

Per “Next-Stream 2. Visioni di realtà contigue” sono stata curatrice insieme a Kremo, e abbiamo vinto il Premio Italia come migliore antologia 🙂
Per “Next-Stream 3. Lo Zar non è morto”, curata da Kremo con Nico Gallo, ho scritto il racconto “La Città della Gioia”.

Per questa quarta antologia ho pure scritto un racconto, che ho voluto intitolare “Pneuma”. Pneuma significa respiro in greco, ma è molto di più: è il soffio vitale, è l’anima viva, è ciò che simboleggia insieme il nostro essere vivi e la nostra prima radice spirituale, ed è un concetto che a vario titolo e con varie sfumature attraversa la cultura dalla Grecia antica fino al cristianesimo.

Ho voluto legarla a un discorso sulle origini dell’umano, e trasferirla in uno scenario in cui queste origini sono negate e rimosse, e l’umano ridotto a ingranaggio di una megamacchina molto brutale ma anche ipocrita, falsamente gentile, simulatrice e menzognera.

In questo scenario distopico tutto sembra funzionare molto bene. Ma non è così. Perché, come affermava il grande ginecologo Fredéric Leboyer: “Il bambino viene dal mistero. E sa”.

Nella Città, il giovane Siro fa dei sogni, nei quali avverte un rombo ritmico e si trova intrappolato dentro qualcosa, per poi uscirne. Si tratta di un incubo che gli lascia addosso tanta paura quanta eccitazione e che forse vuole dirgli qualcosa… non avrà molto tempo di pensarci, al presentarsi di un’emergenza durante la quale viene coinvolto dal suo superiore in una caccia improvvisa e sconvolgente. Ma tutto si tiene e Siro è destinato a scoprire la verità sul suo sogno… e sulle origini dell’umanità.

Mi ritengo una scrittrice politica, da sempre. E questo racconto è forse uno dei più azzardati che abbia mai scritto, che immagino potrà provocare qualche mal di denti. Ciò nonostante avevo bisogno di scriverlo, per distanziarmi da alcune idee abbracciate anni fa, che dopo ricerca e riflessione oggi mi paiono idee sbagliate, e hanno a che fare con il cosiddetto queer.

Tempo fa, pensavo che il movimento “queer” o “LGBTQIA+” fosse un movimento virtuoso e costruttivo che lottava per un mondo migliore. E ne avevo adottato anche alcune posture, come lo scevà, un “linguaggio inclusivo” e così via.

Poi ho studiato. E ho osservato. E ho ascoltato. E ci ho ragionato. E oggi penso invece che, al netto della buona fede della maggior parte delle persone che lo seguono, i suoi fondamenti teorici e le sue ricadute concrete abbiano tratti distruttivi, che minano alla base l’umano e che servono in modo funzionale la “megamacchina”, quel complesso ideologico-industriale su cui Ivan Illich e molti altri hanno tentato di metterci in guardia.

Lavoro quindi cercando di “decostruirlo” (termine che piace molto a quel movimento) e di mettere in guardia chi voglia ragionarci da alcune distorsioni intrinseche alle sue rivendicazioni e convinzioni di base.

Questo con una lente femminista. Non ritengo che quel movimento lo sia del tutto né che lo sia sempre, e non ritengo femminista il cosiddetto “transfemminismo” che considero più corretto chiamare “transattivismo”.

Una persona “transgender” è un personaggio importante di questo racconto, e da come l’ho costruito spero sia chiaro che la mia critica non è rivolta alle persone né alle esistenze, ma all’ideologia, che a volte danneggia anche chi la segue – basti ascoltare qualche “detransitioner” per rendersene conto.

Da scrittrice di fantascienza penso che le storie siano importanti e che l’abilità di costruirle sia un grande potere. Ma credo anche che esista una realtà. Non certo la “cosiddetta realtà” delle norme introiettate, delle ideologie mascherate e delle Nuove Normalità imposte da governi tromboni e mortescialli: questa “cosiddetta realtà” bisogna smascherarla, demistificarla.

Ma va demistificata anche la postura opposta che afferma che “non esiste una realtà univoca”, che “sono le parole a fare la realtà” e altro: postura che ovviamente seduce chi lavora con le parole, portandolo ad attribuirsi un potere maggiorato, che non ha e non gli spetta.

La realtà esiste e ci resiste. Penso che una delle vocazioni della fantascienza possa essere quella di ricordarlo a chi pretende che con le parole si possano costruire mondi arbitrari completamente slegati da ciò che ci circonda, che ci fonda, che ci condiziona. Inseguendo questa convinzione, si lascia da parte il raccontare storie e si finisce per propinare menzogne.

Seguendo questo filo ideale, la vicenda di “Pneuma” mi si è delineata davanti con chiarezza, e mi sono limitata a seguirla.

Si svegliò, come sempre, lacrimando in un grande silenzio interiore. Il suo co-roomer dormiva profondamente e i ritmi ambient per il riposo, quei gemiti garruli, nasali e inutili ancorché obbligatori, arrivavano come dietro a un muro, mentre lui era ancora a metà, scaturito dal rombo pneumico, ghermito dagli esseri, bagnato dal ritornello del richiamo. E come sempre non successe nulla: l’3lon personale restò in standby e l’assistente domotico non notò nulla, niente accendersi di faretti, niente spruzzi di spray agli ormoni del sonno, niente bicchiere e confettino spuntare dal muro per alleviare il terrore o il dolore dell’incubo.
Perché come sempre quello non era stato un incubo, e lui lì cosparso di crampi non era terrorizzato, bensì profondamente, violentemente, selvaggiamente felice.